Come ti distruggo il sito web con una fattura elettronica

A partire da quest’anno, finalmente, è stata introdotto l’utilizzo della fatturazione elettronica verso tutti. Avendo lavorato allo sviluppo e l’implementazione di tutte le soluzioni software necessarie per un mio cliente (che gestisce uno studio di commercialisti), ho potuto vedere come molte aziende sono andate in panico per quella che è in realtà una novità bella, utile ed ecologica.

Ovviamente il formato delle fatture elettroniche è documentato, aperto e standard, per consentire a tutti quanti di creare software che permetta di generare fatture elettroniche, nonché visualizzare e importare quelle prodotte da altri. Esistono anche diversi siti web che forniscono un servizio di visualizzatore online per fatture elettroniche.

Una caratteristica interessante della fattura elettronica è il fatto che il formato consente l’inserimento di allegati, tramite l’uso di specifici tag XML e la codifica in base64 del documento allegato. Molti gestionali usano questa possibilità per inserire una rappresentazione in PDF dentro alla fattura elettronica XML. Si tratta della vecchia fattura “cartacea” digitale, più semplice da leggere ma senza valore legale.

Questo si traduce, dentro al file XML, in un codice simile a questo:

<Allegati>
    <NomeAttachment>documento.pdf</NomeAttachment>
    <Attachment>
    JVBERi0xLjcKJeLjz9MNCjIgMCBvYmoKPDwvQ291bnQgMSAvS2lkcyBbMSAwIFJdIC9UeXBlIC9QYWdl
    cyA+PgplbmRvYmoKCjUgMCBvYmoKPDwvTGVuZ3RoIDQgL1JlYWRkbGVQYWdlQmFja2dyb3VuZENvbnRl
    bnRTdHJlYW0gPDw+PiA+PnN0cmVhbQpxClEKCmVuZHN0cmVhbQplbmRvYmoKCjQgMCBvYmoKPDwvUHJv
    Y1NldCBbL1BERiAvVGV4dF0gPj4KZW5kb2JqCgoxIDAgb2JqCjw8L0NvbnRlbnRzIFs1IDAgUl0gL0Ny
    b3BCb3ggWzAgMCA2MTIgNzkyXSAvTWVkaWFCb3ggWzAgMCA2MTIgNzkyXSAvUGFyZW50IDIgMCBSIC9S
    ZWFkZGxlUGFwZXJJbmZvIDw8L0NvbG9ySWQgL1doaXRlIC9TdHlsZUlkIC9CbGFuayA+PiAvUmVzb3Vy
    Y2VzIDQgMCBSIC9Sb3RhdGUgMCAvVHlwZSAvUGFnZSA+PgplbmRvYmoKCjMgMCBvYmoKPDwvUGFnZXMg
    MiAwIFIgL1R5cGUgL0NhdGFsb2cgPj4KZW5kb2JqCgo2IDAgb2JqCjw8L0NyZWF0aW9uRGF0ZSAoRDoy
    MDE5MDExOTIzMTIzOCswMScwMCcpIC9Nb2REYXRlIChEOjIwMTkwMTE5MjMxMjM4KzAxJzAwJykgL1By
    b2R1Y2VyIChQREYgRXhwZXJ0IDIuNC4yMSBNYWMpID4+CmVuZG9iagoKNyAwIG9iago8PC9GaWx0ZXIg
    L0ZsYXRlRGVjb2RlIC9JRCBbPGM5NmM5NTBhZGJmZDY1OTE4Y2E0ZTVjNmNhNzVmOGE5PiA8Yzk2Yzk1
    MGFkYmZkNjU5MThjYTRlNWM2Y2E3NWY4YTk+XSAvSW5kZXggWzEgN10gL0luZm8gNiAwIFIgL0xlbmd0
    aCAzNyAvUm9vdCAzIDAgUiAvU2l6ZSA4IC9UeXBlIC9YUmVmIC9XIFsxIDQgNF0gPj5zdHJlYW0KeJxj
    ZGBguAjEDIxALABlME6GiSyDMTxhUkegDCY3EAMAc7sDeQplbmRzdHJlYW0KZW5kb2JqCgoKJSBQREYg
    RXhwZXJ0IDYwOSBNYWMgT1MgRG1nIDhiMTQ2ZWU0NzQyOSsKCnN0YXJ0eHJlZgo1ODIKJSVFT0YK
    </Attachment>
</Allegati>

Questo esempio può sembrare artificiale, ma in realtà la rappresentazione in base64 scritta qui sopra contiene un vero file PDF, con una sola pagina bianca completamente vuota in formato Letter. Naturalmente un documento con del testo occuperebbe più spazio.

Come potete notare, viene anche indicato il nome del file allegato.

I visualizzatori online

Perché vi ho spiegato tutti questi dettagli sugli allegati alle fatture elettroniche? È presto detto: mi era stato chiesto di cercare un visualizzatore che potesse mostrare agevolmente gli allegati. Tra i primi che ho trovato ce n’erano due:

Provando entrambi i servizi con una fattura contenente allegati, ho potuto verificare che tutti e due i siti (scritti in PHP) funzionavano nello stesso modo:

  1. L’utente carica un file XML
  2. Il sito lo riceve e ne crea una copia in una directory temporanea
  3. Il sito controlla la presenza di eventuali allegati, se presenti estrae anch’essi con il nome originale
  4. All’utente viene permesso di visualizzare graficamente il contenuto della fattura, con i link agli eventuali allegati

Nel caso in cui leggere il punto 3 non vi abbia fatti trasalire, sentendo un forte brivido corrervi lungo la schiena, posso dirvi che mi auguro non lavoriate nell’industria dello sviluppo software. Se invece lo fate, vi chiedo di rileggerlo un paio di volte.

La vulnerabilità

Permettere ad un utente di caricare dei file non è di per sé pericoloso, posto che vengano prese le misure di sicurezza necessarie. Tuttavia i siti analizzati effettuavano dei controlli sulla fattura XML ma non sugli allegati. Questo significa che era possibile creare una fattura (vera o finta, non ha importanza) con allegato un file con estensione PHP, il linguaggio più comunemente usato per programmare siti web.

I siti stessi estraevano i file PHP dagli allegati e li copiavano nella rispettiva directory temporanea, fornendone poi l’URL all’utente. Al malintenzionato di turno sarebbe bastato quindi inserire del codice malevolo per poi effettuare vari tipi di operazioni.

Per fare un test rivelatore ma innocuo, ho creato una fattura la cui sezione degli allegati è la seguente:

<Allegati>
    <NomeAttachment>wowowowo.php</NomeAttachment>
    <Attachment>PD9waHAgcGhwaW5mbygpOw==</Attachment>
</Allegati>

Potete visualizzare il documento completo cliccando qui. Il contenuto codificato corrisponde al seguente programma:

<?php phpinfo();

Si tratta di uno script inerte, che non arreca nessun tipo di danno al server sul quale viene eseguito, ma mostra soltanto le informazioni sulla versione del software installato. Perciò consente in modo semplice di verificare se il codice PHP gira correttamente.

Entrambi i siti summenzionati hanno accettato senza problemi la mia fattura emessa da Paperino a Zio Paperone, estraendo l’allegato in PHP e fornendone l’URL. Dagli screenshot potete vedere chiaramente che il codice veniva eseguito:

In realtà, pur avendo eseguito un codice assolutamente innocuo e privo di conseguenze, se io fossi stato un malintenzionato avrei potenzialmente potuto fare molto peggio. Per esempio, un attaccante avrebbe potuto decidere di caricare un file manager in PHP come questo su uno dei siti e usarlo per:

  1. Modificare il visualizzatore di fatture affinché salvasse una copia di ogni file caricato
  2. Alterare la pagina di login, in modo che le credenziali inserite dagli utenti finissero nelle mani sbagliate
  3. Creare pagine in una posizione qualsiasi del sito e usarle per una campagna di phishing
  4. Cancellare completamente tutto il sito web

No, non sto esagerando.

Conclusione

Quando si sviluppa del software, specialmente le applicazioni web esposte all’utilizzo indiscriminato di migliaia di utenti, prestare la massima attenzione alla sicurezza è assolutamente imprescindibile. In questo caso sussisteva un rischio per i dati caricati dagli utenti, nonché per i contenuti stessi del sito web che avrebbero potuto essere alterati o eliminati.

Il rischio dato dalla possibilità di upload di file da parte degli utenti si può eliminare in diversi modi:

  • Inserendo una whitelist di estensioni consentite (ad esempio PDF, JPG)
  • Disattivando l’esecuzione degli script nella directory di destinazione degli upload, in tal caso visitare un file PHP avrebbe mostrato il codice senza eseguirlo
  • Nel caso degli allegati di fatture, optando per non estrarli e ripresentarli all’utente tramite data URL (non tutti i formati sono consentiti, ma quelli ai file PDF sì)

Ovviamente i gestori di entrambi i siti web sono stati preventimente informati del problema ed è stato dato loro modo di correggerlo prima che questo articolo venisse pubblicato. L’autore di AmministrazioniComunali.it ha risposto con estrema prontezza comunicandomi di aver chiuso la falla.

Da quanto ho potuto vedere, tutti e due i siti hanno optato per la whitelist, che è un’ottima soluzione.

Come considerazione finale, aggiungo che prima di scrivere questo post ho verificato che anche Ser.Val. ha risolto la falla segnalata, anche se non avevo ricevuto risposta. Risulta degno di nota il fatto che sul loro server la pagina di informazioni mostrava la presenza di PHP versione 5.6, che è quantomeno bizzarro. Come avevo già avuto modo di commentare su Facebook, PHP 5.6 è una versione fuori supporto dal 31 dicembre 2018 e sarebbe bene migrare prontamente ad una versione più recente, nello specifico PHP 7.2 o 7.3.

Come già scrivevo in questo post di due mesi fa, è bene che chi opera in questo settore prenda sul serio l’importanza della sicurezza informatica. Eventualmente facendo anche analizzare la propria infrastruttura software da un consulente esterno.

Cronologia della responsible disclosure

  • 11 gennaio 2019: scorgo la presenza di una potenziale vulnerabilità
  • 13 gennaio 2019: notifico i gestori dei due siti web coinvolti
  • 14 gennaio 2019: AmministrazioniComunali.it risponde confermando di aver risolto il problema
  • 16 gennaio 2019: mi accorgo che anche Ser.Val. ha modificato il sito, senza però rispondere
  • 20 gennaio 2019: pubblico questo articolo
  • 22 gennaio 2019: Ser.Val. risponde confermando di aver risolto il problema ed effettuato una verifica interna per verificare eventuali data breach, ai sensi del GDPR

Aggiornamento del 22 gennaio 2019: Ser.Val. ha risposto alla mia segnalazione dopo la pubblicazione di questo post, ringraziandomi e descrivendo le contromisure che hanno adottato. Il contenuto del post è stato modificato per tenere conto di questa risposta.

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Gli articoli premium de Il Foglio si potevano leggere senza pagare

Questo argomento ormai sta diventando una vera e propria saga. 😀 Dopo aver parlato di Repubblica e La Stampa, ecco l’ennesimo quotidiano il cui paywall (ovvero il blocco alle sezioni per abbonati) permetteva a chiunque di leggere gli articoli a pagamento, senza nemmeno effettuare un login.

Nel mio precedente articolo ho scritto:

una mancanza del genere solitamente è l’eccezione, non la regola.

Be’, temo che stia diventando la regola, anche se stavolta il finale è diverso. In questo caso ho scoperto il problema dopo che un amico aveva linkato una notizia premium de Il Foglio su Facebook. Avendo cliccato, ho riscontrato il paywall e, dati i precedenti, mi è venuto spontaneo chiedermi se fosse un paywall vero o l’ennesimo messaggio di facciata.

Ho guardato il codice sorgente della pagina, in altre parole il contenuto (testi, immagini, script) che poi il browser rappresenta in modo grafico per farci vedere l’articolo con tutta la sua grafica. Riscontrando questo pezzo di codice Javascript, ho visto qualcosa di estremamente interessante:

function read_paywall(){
    var replace=[];
    replace['paywall_canRead']='true';
    location.href = setUrlParameter(replace);
}
$.ajax({
    url: 'https://www.ilfoglio.it/webservices/canRead.jsp',
    [...]
    success: function(response){
        if(response.canRead){
            if(response.canRead)  {
                // può leggere
                // reload con parametri
                read_paywall();
                return;

Ricapitoliamo:

  • La pagina inizialmente contiene un pezzettino di articolo
  • Al caricamento, il sito invia una richiesta al server e verifica se l’utente è autorizzato a leggere le notizie integralmente
  • In caso positivo, richiama la funziona read_paywall la quale aggiunge ?paywall_canRead=true alla fine dell’URL e ricarica la pagina

Questo è un caso di controllo di sicurezza lato client, che in tale contesto non ha assolutamente senso. Ma in altri casi potrebbe pure averlo (per questioni di usabilità), a patto che poi tale verifica venga riconfermata nuovamente lato server, quando una persona cerca di caricare una pagina con il parametro ?paywall_canRead=true.

Ciò non veniva fatto da Il Foglio, perciò gli articoli erano leggibili assolutamente da chiunque.

Tutto questo veniva rilevato pochi giorni fa, come dimostra lo screenshot di una pagina caricata collegandosi all’URL https://www.ilfoglio.it/societa/2018/08/27/news/asia-argento-molestie-metoo-garantista-211179/?paywall_canRead=true. L’articolo è del 27 agosto 2018 ma è difficile stabilire per quanto tempo il sito de Il Foglio abbia avuto questo problema.

Apertura di un articolo premium in formato integrale, senza aver effettuato l’accesso

Non vi ho ancora raccontato la parte migliore. Dopo una prima visita a una notizia qualsiasi col parametro “aggiuntivo”, tutte le altre pagine venivano sbloccate in automatico perché l’autorizzazione veniva salvata nel cookie di sessione dell’utente. Insomma, era anche piuttosto pratico. 😉 La prima operazione poteva anche essere automatizzata con un semplicissimo script, esattamente una riga di codice:

if(window.hasOwnProperty("read_paywall")) window.read_paywall();

Avendo in programma di pubblicare prima il post relativo a La Stampa, ho rimandato la trattazione di questo sito a dopo il termine di ESC 2018. In questi giorni evidentemente qualcuno ha rilevato il problema e vi ha posto rimedio, al contrario delle altre testate precedentemente menzionate le quali hanno ancora dei paywall “scolapasta”.

A mio parere questa vicenda è una dimostrazione di quanto sia importante effettuare dei monitoraggi costanti su chi accede alle risorse riservate, nonché compiere delle periodiche verifiche di sicurezza per riscontrare eventuali bug. In altre parole è la buona cultura della sicurezza che cerco di diffondere a tutte le aziende con cui lavoro.

Gli articoli premium de La Stampa li può leggere chiunque, senza pagare

Precedentemente vi avevo già parlato di come gli articoli premium di Repubblica siano in realtà a pagamento solo per finta. I testi completi degli articoli infatti sono ottenibili in modo abbastanza banale perché il sito li mette a disposizione di chiunque.

Il caso era abbastanza eclatante, perché il testo di ogni articolo veniva semplicemente reso invisibile all’utente, ma effettivamente era presente. La maggior parte dei siti di notizie, invece, effettuano un vero e proprio “taglio” del contenuto. Al browser dell’utente viene mandato il primo paragrafo del testo e poi si vede un banner che invita ad abbonarsi.

Recentemente una persona mi ha chiesto se fosse un fenomeno presente anche su un altro quotidiano, ovvero LaStampa TopNews. Però penso risulti chiaro: una mancanza del genere solitamente è l’eccezione, non la regola. Stavo quindi preparandomi istintivamente a scrivere una risposta negativa.

Poi mi sono detto “vabbè dai, sono in ferie… 5 minuti li spreco, ma non uno di più”. Ho aperto uno degli articoli marcati come TopNews sul sito, in particolare questo:

http://www.lastampa.it/2018/08/22/cultura/investimenti-un-patto-per-ripartire-4Irf6mm0cDpDXY7JvmjtHI/premium.html

Ho osservato l’indirizzo e mi sono chiesto se questo avesse anche una versione di stampa. La prima cosa che mi è venuta in mente di fare, in modo del tutto istintivo, è stata di rimpiazzare il nome premium.html con print.html. Certo, un tentativo un po’ sciocco, ma costava poco provare. Quindi ho tentato di visitare questo URL:

http://www.lastampa.it/2018/08/22/cultura/investimenti-un-patto-per-ripartire-4Irf6mm0cDpDXY7JvmjtHI/print.html

Con mia sorpresa, qualcosa si è aperto. 🙂 La figura mostra le due pagine in questione:

Il testo di un articolo, prima e dopo il cambio dell’URL

Lo so, state pensando che è una cosa veramente assurda e bizzarra. L’ho pensato anch’io. 😀 Il fatto che le versioni complete degli articoli siano disponibili online a chiunque, senza login, vanifica completamente il senso del paywall. Considerando poi che i testi degli articoli sono il prodotto offerto da un quotidiano, il business ne risente sicuramente.

La cosa buffa è che nessuna delle due pagine è una “versione stampabile”, se provate a generare delle anteprime in PDF vedrete che vengono entrambe molto male.

Anche in questo caso ho creato un microscopico user-script a scopo dimostrativo, il quale funziona con le estensioni Greasemonkey e Tampermonkey. Se vi trovate su una pagina di TopNews, carica in background il testo integrale dalla versione “intera” e lo mette al posto dell’anteprima. Lo potete installare da qui:

La Stampa TopNews Full Text Articles

Come sempre, lo script è solo un proof-of-concept e il sito può venire sistemato in qualsiasi momento.

Quando vedo errori del genere rimango piuttosto basito, perché per qualsiasi sviluppatore software si tratta di sbagli alquanto grossolani e gravi. Durante la progettazione di un sito web, specialmente se a pagamento, è importante operare in modo preciso e professionale e occuparsi anche di fare le relative valutazioni di sicurezza.

Gli articoli premium di Repubblica li può leggere chiunque, senza pagare

Il progetto OWASP (Open Web Application Security Project) mantiene da diversi anni la OWASP Top 10, vale a dire la lista delle dieci vulnerabilità più critiche nell’ambito delle applicazioni web. È una lista conosciuta da tutte le persone che si occupano di sicurezza informatica e, vorrei sperare, anche da chi si occupa di sviluppo web.

Un tipo di vulnerabilità che compare in tutte le edizioni della lista, in un modo o nell’altro, riguarda la possibilità di accesso a risorse che dovrebbero essere protette ma non lo sono in modo adeguato.

Repubblica ha lanciato un servizio premium a Novembre dell’anno scorso, chiamandolo “Rep”. All’interno di esso compaiono articoli di cronaca, pezzi di opinione e molto altro. Chi non è abbonato, visitando un articolo di Rep vede alcune frasi dell’articolo, seguite da un messaggio che recita:

Abbonati a Rep per continuare a leggere

Fino a qui, sembrerebbe tutto normale. Il browser di un utente anonimo riceve un pezzo dell’articolo, ma non può leggere oltre fino a che non effettua il login: è il funzionamento base di un paywall.

Su alcuni siti vulnerabili ci potrebbe essere qualcuno che riesce a bypassare il pagamento e leggere integralmente gli articoli, magari alterando i parametri dell’URL, i cookie o il referer. Questa possibilità esiste, però richiederebbe una specie di “manipolazione” basilare o comunque un intervento da parte dell’utente per ricevere il testo completo.

Il caso di Rep è completamente diverso e mi ha stupito moltissimo quando l’ho visto. Basta infatti guardare il codice sorgente caricato dal browser per scoprire un artificio meramente estetico:

rep_testo
Il testo di un articolo su Rep, visualizzato da un utente non registrato

Si nota infatti che è il sito stesso, cioè l’applicazione Rep, a inviare il testo integrale di ogni articolo al browser di qualsiasi visitatore lo visualizzi. Non c’è nemmeno la possibilità di non riceverlo, arriva infatti in automatico con tutto il resto della pagina.

Il testo viene poi semplicemente nascosto tramite lo stile grafico del sito (una riga di codice CSS che chiunque può disattivare). Ed è questa la cosa più incredibile di questa vicenda:

  • non è necessario installare niente
  • non c’è bisogno di “manipolare” nulla

Rep invia a tutti i visitatori i testi completi di tutti gli articoli, che sono visibili se si disattiva lo stile che li nasconde (o anche navigando con gli stili disattivati, un’opzione di Firefox poco utilizzata ma presente fin dagli albori del browser).

Anzi, se volete provare da voi vi basta visitare un qualsiasi articolo di Rep, aprire gli strumenti di sviluppo del browser e togliere la casellina sulla regola giusta. O ancora più semplicemente, disattivate un attimo gli stili della pagina dal menu di Firefox (Visualizza → Stile pagina → Nessuno stile).

Se siete totalmente pigri, volete automatizzare la cosa per ciascun articolo che visitate, oppure volete farlo da smartphone (in tal caso avrete bisogno di Firefox) ho anche pubblicato un microscopico user-script che funziona con le estensioni Greasemonkey e Tampermonkey. Lo potete installare da qui:

Repubblica “Rep” Aesthetic Paywall Bypass

Naturalmente lo script è solo un proof-of-concept e il sito può venire sistemato in qualsiasi momento.

Quello che abbiamo sotto gli occhi è un tentativo di fare “sicurezza” lato-client, ovvero sulla macchina dell’utente dell’applicazione web. Questo è un approccio che non funziona, anzi è talmente grossolano che sembra dover richiedere un’altra spiegazione.

Alcune persone con cui ho parlato ipotizzano che venga fatto in modo intenzionale, per consentire l’indicizzazione degli articoli da parte di Google. Questo potrebbe certamente essere vero, anche perché sembra strano che nessuno sia intervenuto nel giro di mesi. Però Google fornisce degli strumenti appositi per gli sviluppatori di contenuti protetti da paywall. Forse sarebbe il caso di utilizzarli.

Se anche voi state sviluppando un’applicazione web, assicuratevi di effettuare adeguate valutazioni di tutto il codice, verificando una per una tutte le vulnerabilità della OWASP Top 10 (e non solo quelle). Proteggere i contenuti è fondamentale, specialmente quando i contenuti sono il prodotto. A questo proposito, potrebbe essere una buona idea richiedere un servizio di consulenza professionale in merito.

Determinare la data in cui è stata scritta una pagina web

Qualche tempo fa mi è stato proposto di scrivere un articolo per la rivista ICT Security Magazine. Ho trattato una tematica che torna utile in molti casi di indagini da fonti aperte o di consulenze in ambito di digital forensics:

Durante le attività di OSINT (Open Source Intelligence) si può riscontrare l’esigenza di attribuire una datazione più precisa possibile ad una pagina web. Talvolta può essere necessario riuscire ad individuare un giorno o addirittura un orario ascrivibile alla creazione della pagina, ad esempio per rilevare casi di contraffazione della stessa.

Per l’occasione ho anche sviluppato e rilasciato un software open source per automatizzare il processo di datazione di una pagina, che ho chiamato Carbon14. Potete leggere l’articolo completo Datazione delle pagine web tramite Carbon14 direttamente sul sito della rivista.

Se invece avete bisogno di consulenza professionale, eventualmente nella forma di consulenza tecnica utilizzabile anche in giudizio, contattatemi tramite l’apposita pagina.