Che peccato, volevo iniziare il post scrivendo che “la storia si ripete”; pur essendo una frase fatta. Peccato però che ripensandoci bene avevo già utilizzato questa dicitura in precedenza. E quindi mi butto qui allo sbaraglio senza un introduzione appropriata. Non so se partire in quarta così sia la scelta più adatta, ma di sicuro è quella che in questo momento mi si addice di più.

Un mese e mezzo fa ormai (il tempo a volte vola pur essendo generalmente lentissimo) ho fatto credo per la prima volta un errore di una platealità ingiustificabile. Ho scritto delle cose false. E pazienza se l’avessi fatto mentendo a voi, con consapevolezza, sarei stato un pessimo scrittore. Purtroppo ho mentito a me stesso, perché ne ero convinto anch’io in un primo momento. Questo non fa di me un pessimo scrittore, fa di me un pessimo ipocrita. Falso con me stesso. Non credo di essermi mai fatto nulla di più grave.

Vi starete chiedendo a cosa mi riferisco credo, anche se non è difficile immaginarlo. D’altronde è l’unico post in cui ho tentato alla peggio di giustificare una mancanza di coerenza nella tesi che stavo sostenendo. Tesi, appunto, che mi è crollata addosso nel giro di poco, perché non poteva reggere.

E ve la liquido qui la spiegazione, in due parole soltanto, in quanto non è il caso di spendere paragrafi interi, pagine, o magari sonetti o arringhe per quel che devo dire. La “grande amicizia” che sembrava un’opzione realizzabile nel post succitato si è tradotta nel fatto che più o meno da quel momento è stato interrotto ogni più flebile contatto che prima sussisteva. E se è pur vero che la vedo con una certa regolarità per una ragione che non è il caso di spiegarvi, pare che uno di noi due sia un fantasma nei confronti dell’altro.

Quindi per la mia ultima assenza ve la risparmio la scusa seppur giustificata che sono stato 4 giorni in Svizzera con il gruppo di karate. Gli unici giorni in cui sono stato bene, dato che era a 400 km di distanza e lì ci divertivamo. Se non ci fossi andato sarebbe stato come tutti gli altri giorni. Un orrore.

Quindi ho covato per giorni tre pensieri essenziali, che sono alla base di tutta questa attesa, dell’incertezza, e della paura. Il primo, e lo ripeto fino alla nausea, è che è impossibile dimenticare. Ecco che alla fine una frase fatta ve l’ho sbolognata. Ma è proprio così, perché in tutti questi anni in cui ho riflettuto su questi temi mai come oggi mi sono stati chiari certi punti. Vi cito solo pochi versi di una canzone di Antonello Venditti, “Ogni volta”:

E mille nuovi amori cercherò
per non amarti più
ma mai nessuna al mondo sarai tu

È la “strategia” che odio. Volgarmente si dice “chiodo scaccia chiodo” ma a me non piace per nulla, perché è fondalmentalmente ipocrita e di ripiego, caratteristiche delle azioni che non gradisco. Ecco, il verbo giusto è questo: io temo che incorrerò in questa situazione. Temo che cercherò qualcun altro non per vero amore ma come mezzo di fuga. E non va bene. Se succederà allora capirò che sarà giunto il momento in cui avrò perso la coerenza.

Il secondo punto è che, inutile negarlo, questo blog ha perso la sua ragion d’essere. O meglio ha perso quella più importante. Almeno per il momento rischio di dover ricorrere solo a quelle minori. Confido nel fatto che questo stato possa essere il più breve possibile.

E terzo punto, l’ultimo, che si ricollega al secondo, devo chiudere. Non voglio, sono costretto. Costretto a chiudere un libro. Ho chiuso il libro in cui l’amore lo esprimevo nella sua piena energia. Perché a forza di prendere le bastonate sto amando sempre meno. La mia capacità generica di esprimere questo sentimento sta calando. Questo il re di tutti i problemi.

Con la poca forza rimasta, devo prendere la penna*, e prepararmi a scrivere un nuovo grande libro. Non ho la minima idea se ne sarò all’altezza, né quanto impiegherò solo per l’incipit del proemio. Lo dovrò fare con calma, e con la cura di non sporcare le pagine col sangue delle ferite laceranti.

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* Certo, è una metafora.