Voglio urlare. Non un urlo di rabbia, ma uno di memoria. Voglio gridare una data per stamparla nella mente, affinché rimanga bene indelebile qui; nel caso io mai la dimenticassi.

Martedì 25 marzo 2008

Prima di sbilanciarmi sul bene o il male che abbia portato questa data, forse è il caso di fare un piccolo passo indietro.

Fino a circa tre anni fa. Quando vidi per la prima volta una ragazza minuta con gli occhiali. All’inizio pensai pure che fosse un po’ più piccola di me. Poi in realtà realizzai che aveva la mia stessa età. Colei che all’inizio non guardai neppure, anche se, come verso tutte le altre, avevo quell’atteggiamento di timida reverenza che mi ha sempre caratterizzato. Ci parlavo solo se c’era anche qualcun’altro.

Poi cominciò a piacermi. Mi colpì il suo modo di fare. Aveva un bel sorriso. A ben pensarci sorrideva spesso, non però quelle smorfie che fanno le “oche” o le risatine stridule di chi ha un’ampia camera d’aria al posto del cervello. Penso che in particolare sia stato l’atteggiamento. Lo spirito di guardare a qualsiasi difficoltà con la testa alta. E di prendere gli schiaffi che riserva la vita rialzandosi ad ogni colpo. Da questo carattere di combattente ho imparato moltissimo.

Che ci volete fare. Le donne che mi insegnano qualcosa sono sempre state la mia debolezza.

Nella fase iniziale considerai la cosa come una predilezione moderata. Credevo fosse arrivata dal mio cervello per dimenticare F. e voltare pagina. Errore. Perché quando divenni in pace con il cuore e il ricordo di F. si chiuse in modo costruttivo, ciò non diminuì. Aumentò, in modo costante e continuo.

Ve ne ho parlato tantissime volte. E tutte queste volte è stato bellissimo parlarne. All’inizio la chiamavo Persona Speciale, poi negli ultimi tempi a tratti è diventata semplicemente lei.

Momenti indimenticabili. Passati ma come fossero presenti ed attuali. Le piccole gioie impagabili ed insostituibili, i battiti che alle volte facevano prendere paura dalla loro velocità. E poi le lacrime amare, odiose, lunghe, incessanti, ma che rispenderei tutte. Se dovessi rivivere da capo le riverserei di nuovo. Anche il doppio, il triplo, e mille volte più. Come le ultime che ho mentre digito. Valgono tutte, nessuna esclusa. Evitarle non sarebbe stato meglio. Forse addirittura peggio. Ho sempre sostenuto che vale sempre la pena di provare un sentimento. Sempre. E se significa piangere, ebbene eccomi. Son qua.

Ma eravamo rimasti alla data giusto? Già.

Quel che è successo quel martedì… È accaduto ciò che rischiava di profilarsi da tempo. Semplicemente c’è stato un chiarimento. Chiaro, definitivo, lampante. Quasi mi vergogno a dirlo. Però abbiamo definito ciò che rimaneva un’incognita, abbiamo “messo i paletti”. Cosa è dentro e cosa è fuori.

Amici. Tutto qua.

Abbiamo definito che lo siamo, e anche che di più non può essere. Da due dubbi una certezza. In fin dei conti ci ho guadagnato. Ora è tutto ben dichiarato, quel che c’è, quel che non c’è. Ora è presente il limite, basta solo non varcarlo. È stata un po’ dura, i primi giorni farsi uscire dalla testa tutti i pensieri in più, che tra amici non ci sono. Ora invece sono più quieto. Ho cambiato l’header, che rappresentava allegoricamente lei. Poi altri piccoli dettagli, sempre riferiti a questo sentimento, non solo sul blog.

Una cosa è certa, avendo dovuto cambiare occhi, e potendo scegliere avrei optato per delle lenti a contatto colorate.

Magari ce le avevano pure azzurre…

Ehi, un momento, ferma! Ciak! Stop! Non credere possa finire qui!

Questo è all’incirca ciò che mi sono detto mentalmente alcuni giorni dopo. Quando c’è stata la ricaduta. Quasi al livello di avere gli incubi, ci mancava poco ormai. E sarebbe continuato il post con uno sfogo forse esagerato. Contro la società, contro le persone povere dentro che vincono sempre a questo mondo. In effetti in parte anche giustificato dai fatti, ma comunque per certi versi ingiusto.

Ripensando a tutti gli attimi, i sentimenti e le emozioni, di colpo strappatemi. Ma non è esattamente così. Come ho potuto verificare, ascoltando in breve tempo tutte le canzoni dei miei cd che parlano di storie finite, di sentimenti dolorosi e affini, anche mettendo il loop infinito è tutto inutile. Non si dimentica. È impossibile. Allora resta solo una cosa da fare: capire una semplice differenza.

Può sembrare contraddittorio, io che ho sempre detto di esserci, di non scappare, ora accetto così questo fatto. No. Sbagliato di nuovo. Il fatto è che qui si tratta di dimostrare quanto si vuole bene ad una persona. E se io sono disposto anche a non dimostrare più sentimenti significa che ci tengo veramente molto al suo bene. Se vogliamo, è meglio anche per me.

Qualche dettaglio in più sull’header. Un gatto nero ed un tramonto. Se vogliamo, il gatto nero sono io, coi miei nuovi occhi risplendenti e sempre all’erta. L’orizzonte perché sono sempre stato animato dal desiderio di guardare lontano. E credo di farlo anche questa volta.

Poi vedete, come tutte le cose alla fine arriva la calma, come nella poesia La mia sera di Giovanni Pascoli. Prende forma in un semplice parlare del più e del meno. O nella sua risposta ai miei auguri di compleanno un paio di giorni fa. Vedete, improvvisamente quando è presente, quando ci parlo, di qualsiasi cosa, la sua naturalissima semplicità mi placa. E l’agitazione scompare. È una sorta di magia. Ed anche da semplice amica sussiste.

Ora sto cercando quindi di avere quel pizzico necessario d’indifferenza. Ironia.