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Aggiornare il BIOS senza Windows

6 maggio 2012

Vi avevo già scritto che ho cancellato Windows dal primo giorno in cui ho ricevuto il mio portatile e anche che mi era stato possibile trovare un modo per aggiornare lo stesso il BIOS. Purtroppo la guida che avevo scritto è valida solo per computer Dell, e non è neppure troppo semplice da seguire. Non solo, non sono neppure sicuro sia ancora valida.

Giusto oggi sono per caso venuto a conoscenza che già da un po’ era uscita una nuova versione del BIOS per il Dell XPS M1530 e ho trovato quasi per caso un modo semplicissimo per aggiornarlo: è sufficiente infatti creare un disco live minimale di FreeDOS per permettere al programma di partire. Il metodo che vi vado a spiegare prevede che il produttore del PC fornisca un file eseguibile di aggiornamento che sia compatibile con MS-DOS, fortunatamente questo succede quasi sempre.

La procedura si basa sulle indicazioni di CGSecurity per fare un disco live di TestDisk e nell’esempio uso il nome del mio file, specificamente 1530_A12.EXE. Dovete naturalmente adattare le istruzioni cambiando il nome.

Assumendo che abbiate il file eseguibile a portata di mano, scaricate il kit per creare dischi FreeDOS e scompattatelo:

wget -N http://www.fdos.info/bootdisks/ISO/FDOEMCD.builder.zip
unzip FDOEMCD.builder.zip
cd FDOEMCD/CDROOT

Ora tenete aperto il terminale nella directory in cui siete appena entrati (CDROOT) e con il file manager copiateci dentro l’eseguibile. A questo punto dovete aggiungere una riga al file AUTORUN.bat:

echo "M1530_A12.EXE" >> AUTORUN.BAT
unix2dos AUTORUN.BAT

L’ultimo comando ci assicura di avere il file correttamente formattato per sistemi DOS (se non avete il pacchetto dovrete installarlo). Non resta altro da fare che generare l’immagine ISO da masterizzare (la troverete dentro a FDOEMCD):

cd ..
mkisofs -o bios-update.iso -V "Bios CD" -b isolinux/isolinux.bin -no-emul-boot -boot-load-size 4 -boot-info-table -N -J -r -c boot.catalog -hide boot.catalog -hide-joliet boot.catalog CDROOT

Fatto ciò vi consiglio caldamente di testare il disco in una macchina virtuale. Ovviamente non riuscirà a procedere con l’aggiornamento, ma almeno potrete assicurarvi che parta correttamente. Dato che la ISO avrà una dimensione irrisoria e userete il disco una volta sola, vi raccomando l’uso di un CD-RW. ;)

Come avere i font con antialiasing in Wine e integrarne meglio l’aspetto grafico

25 marzo 2012

A dire il vero non mi capita spesso di utilizzare Wine, per il semplice fatto che in genere trovo per Linux tutto ciò di cui ho bisogno. Tuttavia in questo periodo sto facendo un lavoro di gruppo per un esame e ho deciso di installare il client Windows di Evernote per sfruttare le funzioni che l’interfaccia web non offre. Avevo provato Nevernote/Nixnote ma a volte scombina il layout di alcune note, e comunque si tratta solo di una situazione temporanea.

Se c’è una cosa che non apprezzo particolarmente di Wine, comunque, è la perseveranza con cui rimane non integrato con tutto il resto del sistema. Ovviamente non si può pretendere di avere un look perfettamente analogo a GNOME o KDE, però non capisco proprio come la loro implementazione del font Tahoma (basata in realtà sul Bitstream Vera Sans) sia stata realizzata di proposito con i caratteri senza antialiasing a determinate dimensioni, per imitare il comportamento discutibile di alcune versioni di Windows.

Per chi non lo sapesse, l’antialiasing (o più precisamente l’hinting, nel caso dei font) è una sfumatura dei pixel per migliorare la leggibilità. Sapete già che sono abbastanza esigente dal punto di vista dell’integrazione grafica dei software, però in questo caso costituisce anche un problema serio di leggibilità delle finestre.

Ho scoperto recentemente che si può installare il Tahoma semplicemente usando winetricks e questo risolve parzialmente il problema. Tuttavia personalmente ho notato che Evernote continuava a non metterlo in alcune schermate (e presumibilmente anche altri programmi per Windows). Per questo motivo ho deciso di trovare una soluzione alternativa e già che c’ero anche di applicare un tema trovato in rete tempo fa. Il procedimento non è lungo ma il risultato è molto soddisfacente.

Elaborazione grafica delle preferenze di Wine prima e dopo il "trattamento"

Partiamo dal tema: si tratta di uno stile per Windows XP chiamato Wooden e lo potete scaricare da questo sito russo (cliccate dove vedete scritto “wooden.zip [7.74 Mb]“). Una volta scompattato, andate nelle preferenze di Wine alla scheda Integrazione della Scrivania e premete Installa un tema: Vi verrà chiesto di scegliere il file con estensione .msstyles. Tenete presente che in alcune finestre i bottoni rimarranno senza angoli arrotondati, però in genere avrà tutto un’aspetto migliore e i colori somiglieranno al tema di Ubuntu.

Riguardo ai font, la mia idea è stata quella di usare la famiglia Droid Sans (quella dei primi dispositivi Android, per intenderci) e inserire nella cartella di sistema di Wine una copia dei file appositamente rinominati. Per farlo, dovrete assicurarvi tramite il Software Center (o gestore di pacchetti della vostra distribuzione) di avere installati questi font e anche il pacchetto fonttools, necessario per quello che andremo a fare tra poco. Per installarli su Ubuntu si può fare così:

sudo apt-get install ttf-droid fonttools

A questo punto è il momento di copiare i font nell’apposita directory:

cd ~/.wine/drive_c/windows/Fonts/
cp /usr/share/fonts/truetype/ttf-droid/DroidSans.ttf tahoma.ttf
cp /usr/share/fonts/truetype/ttf-droid/DroidSans-Bold.ttf tahomabd.ttf

Come anticipato prima, ai font dev’essere attribuito un nuovo nome. Non è sufficiente rinominare i file perché all’interno contengono salvato il nome originale. Andiamo quindi a convertire i file in formato XML per poi sostituire il nome con Tahoma:

ttx tahoma*.ttf
rm tahoma*.ttf
sed -si "s/Droid\ Sans/Tahoma/g" tahoma*.ttx
sed -si "s/DroidSans/Tahoma/g" tahoma*.ttx
ttx tahoma*.ttx
rm tahoma*.ttx

In sostanza dopo la prima conversione sostituiamo con sed tutte le occorrenze necessarie e poi procediamo alla riconversione, mentre i comandi rm fanno pulizia quando serve. A questo punto il gioco è fatto, basta avviare un programma che gira con Wine per notare la differenza. Ho provato anche con altri font, compreso quello di Ubuntu, ma i risultati erano meno soddisfacenti. Voi che ne dite? :)

Recensione di BytePac, il case SATA ecologico

17 febbraio 2012

Circa tre settimane fa sono stato contattato dalla divisione tedesca di CONVAR, un’azienda che si occupa di soluzioni professionali di Data Recovery. Mi hanno scritto per propormi una recensione del loro nuovo prodotto, chiamato BytePac. Non mi capita spesso di fare recensioni di prodotti, ma avendone letto le caratteristiche e visto un video del suo utilizzo, mi ha colpito particolarmente ed ho deciso di accettare facendone una prova imparziale e critica.

Oltretutto, con GrappaLUG spesso e volentieri ci troviamo a lavorare per il recupero e la reinstallazione di PC più o meno vecchi. Per questo utilizziamo frequentemente dei cavi di collegamento da IDE/SATA a USB prodotti perlopiù in Cina (almeno quello che possiedo io). Avere la possibilità di riceverne uno tedesco e valutarne la qualità mi è sembrato parecchio interessante.

Cos’è BytePac?

A una prima impressione si potrebbe dire che “BytePac è un case per hard disk SATA”: fin qui non sembra nulla di entusiasmante né innovativo. Basta però dire che è fatto totalmente in cartone e già la cosa si fa interessante! Infatti è un prodotto unico nel suo genere, viene spedito imballato in una scatola che è essa stessa parte del kit e può essere utilizzata per archiviare fino a 3 dischi.

La scatola del BytePac kit

La confezione contiene tre BytePac in cartone e l’insieme dei cavi di collegamento (quindi si può usare un’unità alla volta, il che è perfettamente ragionevole).

Nel video ufficiale di presentazione del prodotto lo potete vedere direttamente in azione:

Come si può notare il kit è estremamente semplice e veloce da utilizzare. Inoltre contiene ciò che serve, senza inutili fronzoli che si trovano solitamente nei vari tipi di case per hard disk.

Differenze rispetto a prodotti simili

Non avrei scritto questo post se non avessi notato qualche differenza rispetto ad altri prodotti dello stesso tipo (sarebbe stato inutile annoiarvi con cose già viste). Però secondo me le differenze ci sono e sul sito ufficiale potete trovare un decalogo dettagliato dei vantaggi di BytePac. Io vorrei soffermarmi solo su quelli che personalmente trovo più interessanti:

  • Rispetta l’ambiente A questo tengo decisamente molto: raramente si può dire che un prodotto informatico sia costruito in modo sostenibile ed ecologico. Come vi dicevo, BytePac è totalmente di carta (a parte il cavo, è ovvio) e perciò del tutto riciclabile: è il motivo principale per cui ho deciso di provarlo e per il quale lo trovo assolutamente interessante.
  • È etichettabile e personalizzabile L’aspetto di cartone “grezzo” non gli dà soltanto un look inconfondibile, ma permette anche di etichettarlo in modo molto pratico. Si può anche ordinare una custodia BytePac completamente personalizzata.
  • Viene prodotto con una politica equa e solidale CONVAR si impegna ad evitare la concorrenza sleale e pagare un prezzo onesto ai suoi collaboratori. Citando direttamente dal sito, leggiamo che vengono coinvolte anche istituzioni sociali: “BytePac viene prodotto a Pirmasens, in collaborazione con la fondazione Heinrich Kimmle”.

Forse ho un po’ divagato, però mi sembravano gli aspetti più importanti. Dal punto di vista tecnico comunque si può dire che la “struttura” in carta è stata davvero ben pensata, fornendo un’ottima areazione al disco e allo stesso tempo un collegamento con cavi di ottima qualità. Il fatto di usare un adattatore intermedio consente di cambiare tipo di connessione in futuro (ad esempio da USB2 a USB3 oppure Thunderbolt) assicurando di poter sempre accedere ai dati.

Aspetti da migliorare

Come tutte le cose, anche BytePac ha alcuni lati negativi. Vi elenco le mie impressioni in merito:

  • Il prezzo è lievemente alto Se verificate la disponibilità presso i rivenditori autorizzati, come ad esempio Amazon Italia, vedrete che il kit costa €39,95. In effetti può sembrare esagerato per dei “pezzi di cartone” con un semplice insieme di cavi. La mia idea è che la critica è in parte fondata, il prezzo potrebbe essere abbassato. Tuttavia bisogna anche tenere in considerazione l’ottima qualità del collegamento e la produzione di tipo sostenibile. Spero (e credo) comunque che col tempo il prezzo si abbasserà un po’, come succede sempre nel settore tecnologico.
  • Manca il supporto IDE Certo, alcuni potranno dire che ormai l’IDE non lo usa più nessuno. Però questa è una carenza che altri tipi di cavi non hanno, perciò va sottolineata. Inoltre personalmente mi capita di avere ancora a che fare con dischi IDE per i motivi che ho illustrato all’inizio dell’articolo. Mi è stato però comunicato che è disponibile all’acquisto un adattatore IDE a parte.
  • L’involucro esterno è un po’ scomodo Nulla di particolarmente grave, ma la “fascia” che avvolge il BytePac vero e proprio è faticosa da sfilare e a volte c’è la paura di romperla.

Conclusioni e foto

Secondo me BytePac è davvero un prodotto interessante, sotto punti di vista che non riguardano solamente l’ambito informatico. Penso che alla fine gli aspetti migliorabili non ne pregiudichino affatto la qualità complessiva. Voi che ne dite?

Qui in fondo metto la galleria completa delle foto che ho fatto durante il test, così potete vedere bene come è fatto e come funziona.

Un mio articolo riguardo eBay: la garanzia «teorica»

11 febbraio 2012

Ho pubblicato sul blog dell’Avvocato Tiziano Solignani un post dove parlo di un acquisto che ho fatto a luglio dell’anno scorso e che mi ha dato un sacco di problemi. Peraltro non è neppure l’unico, ma intanto vi parlo di questo episodio. Poi molti mi domandano perché non acquisto più praticamente nulla da venditori italiani ma mi affido solo all’estero: Cina, USA, Regno Unito, ecc. La risposta è sempre la stessa: preferisco andare sul sicuro, perciò se devo comprare qualcosa qui in Italia lo faccio solo di persona.

Nello stesso articolo è anche nominata l’azienda in questione, così potete evitare accuratamente di comprare dal loro negozio online ed evitare di essere turlupinati in caso di difetti di funzionamento. Ho trovato particolarmente eloquente l’incipit scritto da Tiziano:

Quand’è che ci sveglieremo e che ci sarà un po’ di rispetto vero per i consumatori? Anche in questo si misura il grado di civiltà di un paese, anche questo serve al famoso rilancio dell’economia, come dimostrano i consumi in quei paesi in cui i consumatori possono acquistare con fiducia.

via [guest post] l’esperienza di acquisto su ebay di un consumatore: la garanzia «teorica».

Di nuovo leggibile dai dispositivi mobili, finalmente!

28 gennaio 2012
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La pagina dei contatti visualizzata da un browser per dispositivi mobili

È da parecchio che avevo notato diversi problemi per accedere il blog da parte dei dispositivi mobili, in particolare usando il mio HTC Wildfire con Android 2.2. Purtroppo infatti nella maggior parte dei casi il browser andava in crash e rendeva del tutto impossibile navigare o leggere gli articoli.

Ho provato sia attivando il tema mobile e sia tenendolo disattivato, ma nulla. Alla fine, ho scoperto che la colpa andava attribuita ai font personalizzati di Typekit. Addirittura, parlano di crash persino nel blog ufficiale, indicando pure un modo per disattivare i font per chi naviga da iPhone e Android. Inutile dire che l’ho fatto immediatamente, dopotutto meglio usare i font standard che non essere neppure in grado di navigare!

Ho successivamente riattivato il tema mobile e finalmente posso dire che il sito è navigabile. Già che c’ero, ho  provveduto a sistemare la pagina dei contatti, passando da una pessima tabella a due colonne a due contenitori (div) fluttuanti con una larghezza minima (min-width) del 50%: in questo modo se ci sta tutto in due colonne si vede come sul computer, altrimenti la seconda colonna scorre sotto alla prima ed è comunque leggibile. :)

A parte la parentesi tecnica, vi segnalo che c’è ancora un piccolo problemino per chi ha una risoluzione ridotta (come la mia di 240x320px) di cui potete leggere nel forum di WordPress.com.

Tutto è bene quel che finisce bene! Se riscontrate altri problemi fatemelo sapere. :P

GNU Buck

27 gennaio 2012

Qualche tempo fa ho scoperto per caso questo programma organizzato dalla Free Software Foundation. In sostanza chiunque segnali un bug relativo a problemi di licenza in una delle distribuzioni sostenute come totalmente libere dalla FSF può “vincere” in segno di riconoscimento un dollaro di GNU, firmato nientemeno che dal “Chief GNUisance” Richard Stallman.

L’ho trovata una cosa simpatica, e mi sono chiesto se per caso non potessi riceverne uno anch’io. Se non altro, avrei dato una mano concretamente a qualche distribuzione, semplicemente segnalando un bug. Sembra poco, ma anche così si può contribuire (ricordatevi di farlo anche voi per la vostra distro preferita!). :)

C’è da dire, anche se lo sapete già, che io non uso una di quelle ufficialmente sostenute dalle FSF, perché sarebbe praticamente impossibile. Tuttavia per caso qualche giorno prima ne avevo provata una, Trisquel, che è basata su Ubuntu ed ero curioso di esplorarne le differenze principali. In particolare, volevo vederla perché è una delle prime ad incorporare una implementazione libera per l’estrazione dei file RAR (portato da The Unarchiver).

Fatto sta che cercando nel gestore pacchetti di Trisquel alla fine mi sono imbattuto nel pacchetto p7zip-full, il quale si basa sul pacchetto p7zip-rar e indirettamente su unrar-nonfree per estrarre i RAR. Ovviamente gli ultimi due pacchetti non sono liberi, o dipendono da software non libero. Per questo motivo sono stati tolti dai repository: peccato però che ne rimanessero i riferimenti come pacchetti suggeriti.

Inizialmente pensavo che fosse una cosa “trascurabile”, non abbastanza importante da farmi ricevere il GNU Buck. In ogni caso l’ho segnalata, visto che poteva essere utile. Sorprendentemente, in meno di 3 ore il bug era già stato corretto, e la FSF mi ha contattato per spedirmi il “premio”.

Al di là dell’aneddoto, devo dire che mi ha sorpreso la velocità di risposta da parte degli sviluppatori di Trisquel, e senza dubbio bisogna dire che è una bella distribuzione, se non altro molto interessante da provare. In fondo, creare una macchina virtuale non costa nulla, e potrebbe riservare delle belle sorprese! Inoltre spero che presto i tool liberi per estrarre i RAR vengano integrati col gestore di archivi di Ubuntu, così potremo dire addio ad un altro componente proprietario che spesso per un motivo o per l’altro ci tocca usare. ;)

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